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CHRISTMAS CARP

C'era una volta...

 

Un giovane uomo solo, già provato dalla vita a 18 anni, indomito e pieno di una passione talmente grande da cancellare tutte le sfumature grigie di un esistenza stretta e compressa...

La pesca come via di fuga introspettiva e solitaria, un modo per sentirsi bene e felice anche se non compreso dagli altri.

In un periodo dove i carpisti erano visti come degli "extraterrestri" risultava davvero difficile spiegare e scrivere delle emozioni vissute da solo, in riva al lago, negli inverni di un tempo in cui il segno meno precedeva il numero dei gradi Celsius.

La carpa di Natale è un racconto romanzato dalle emozioni chiuse nei ricordi, ma descrittivo di un Natale come tanti altri passati a pesca da solo. Un momento di lettura intimo e anche tecnico che ho voglia di condividere con chi può capire che la pesca non è solo cattura del pesce, ma anche attimo primordiale in cui cercare (a volte ritrovandolo) un "io" interiore che tende ad essere sempre più contaminato dalla socialità ambigua e irrispettosa della rete.

Chi può capire forse apprezzerà, con gli altri mi scuso in anticipo per aver rubato del tempo.

Dal 1992 al 2002 ho sempre trascorso le vacanze di Natale a pesca di carpe, nei primi anni a Saint Cassien con l'amico Mauro "Cambogia", e dal 1997 in poi sul lago del Pusiano da solo.

Partivo il 23 dicembre e rientravo con l'anno nuovo, trascorrendo circa 10 giorni in pesca, isolato più possibile dalla società alla ricerca di due sogni: Il pesce perfetto e il silenzio che ponesse fine alle urla interiori che mi stracciavano mente e corpo.

Una sorta di liberazione dal peso delle responsabilità imposte dal vivere in società, mascherata da famelica ricerca di un target fish che all'epoca significava superare la fatidica soglia delle 40 libbre (più di 18 kg.), rispettando i canoni dei pionieri inglesi a cui ci ispiravamo.

Questa è "quella" storia, la più famosa, legata alla fine del millennio e avvenuta sulle rive del Lago di Pusiano nel dicembre del 1999!

Caricavo mamma, ormai vedova da quasi dieci anni, e la portavo al suo paese natio nella bergamasca, per lasciarla avvolta dall'affetto dei suoi fratelli e delle sue sorelle, riuscendo così a scappare libero e senza rimorsi, quelli che attanagliano un figlio unico.

Non è un caso se oggi, 20 dicembre 2025, mi è tornata in mente questa storia, dopo averla lavata ed accudita, ora che si è trasformata repentinamente nella mia "bambina" di 93 anni!

Un peso, quello di non lasciare sola una mamma vedova, che mi accompagna da quel maggio del 1990 dove ho dovuto, mio malgrado, passare dalla condizione di ragazzo a quella di uomo,

Avevo tutto!

Il mio pick up Toyota nuovo fiammante, pagato in contanti, guadagnati con 3 lavori diversi, carico di attrezzatura all'avanguardia e di pasture ed esche straordinarie di cui parlerò in seguito, che mi permise di arrivare in riva al lago nonostante ampi tratti di sponda completamente ghiacciata a causa delle rigide temperature che non salirono mai sopra lo zero, per tutta la durata della sessione di pesca.

Mi accampai sulla riva, sotto 3 spogli alberi che mi consentivano una tenuta ottimale della tenda anche se si fossero levati gelidi venti di tramontana, nei pressi del Lambro.

La scelta era stata studiata a tavolino vagliando fra il letto sommerso  del fiume e, come alternativa, la postazione delle mura, con le sue legnaie per i persici. All'epoca non c'erano postazioni e prenotazione e Natale era il momento ideale per non trovare nessun pescatore e scegliere liberamente dove piazzarsi Se ve lo state domandando, scelsi deliberatamente di escludere l'isola (dove non ho mai pescato) perchè non rispecchiava i miei ideali di sicurezza per il pesce.

Facevo riferimento al fatto che in ottobre e novembre c'erano state abbondanti piogge con relativo apporto di materiale dal Fiume, che avrebbe garantito la presenza di qualche ostacolo d'interesse, nel frattempo colonizzato da gamberi ed altri animaletti succulenti per le carpe nel periodo invernale.

Purtroppo appena arrivato riscontrai una temperatura dell'acqua di almeno 2 gradi più fredda delle aspettative (e dell'anno precedente), pari a 5,5 gradi C , una soglia davvero critica per catturare.

In realtà avevo preso carpe sul canale Brian a 5 gradi, con l'acqua che tendeva a ghiacciare durante la  notte per tutta la larghezza del corso d'acqua, ma ero conscio che la corrente potesse comunque fare molta differenza sul metabolismo residuo del pesce.

In ogni caso non mi sarei schiodato dal lago per i successivi 10 giorni, neanche di fronte al cappotto più devastante.

PRIMI GIORNI

 

 

Il primo giorno trascorse senza pescare, semplicemente preparando bene le risorse del campo che doveva essere perfettamente impostato a causa delle condizioni realmente estreme dell'ambiente. La vicinanza del mezzo mi permise di scaricare solo il necessario, tenendo vivere ed attrezzatura inutile al riparo sul cassone. Sistemai la tenda, la branda e il maestoso sacco a pelo Pertex che mi permise di dormire sereno con temperature notturne di -12° senza l'ausilio di stufette o riscaldamento, ma semplicemente usando una bottiglia di alluminio riempita di acqua calda.

Il set up delle canne e della barca completò la giornata che si concluse alle 18 con una zuppa di fagioli caldissima, per poi coricarmi (vestito) dopo aver letto un libro.

Uno dei particolari di cui non si narra nelle epiche storie di pesca, incentrate su strategie e combattimento, è il restare vestito, con lo stesso abbigliamento intimo termico per tutta la durata della pescata. Ovvero questa allegorica trasformazione che avveniva giorno dopo giorno, da essere umano senziente, pulito e profumato, a troglodita che pensa solo a pescare, nutrirsi e dormire!

In questo passaggio c'è la vera chiave di lettura di un esperienza di pesca estrema che tende a far riemergere in modo comunque sicuro e controllato, quel lato primordiale che non bada alle apparenze, ma alla sostanza! Un aspetto questo fondamentale quando l'assetto è volto a sopravvivere in ambienti estremi ma controllati. Cosa che io ritrovo nelle escursioni invernali in alta montagna. Di fatto nessun eroismo...perchè al minimo cenno di difficoltà mi bastava salire in macchina ed andare a scaldarmi in un bar del paese (che non feci mai), ma un semplice mettersi alla prova al di fuori di un area di confort troppo radicata.

Il secondo giorno fu interamente dedicato a preparare le canne, la barca e a scandagliare un ampia porzione di lago dove avrei calato i miei due terminali.

All'epoca usavo canne da 12 piedi e 2,75 lb. parabolico progressive, armate con due muli Shimano Twin Power caricati con 275 mt. di treccia e circa 80 metri di nylon 0,50. Per mia scelta personale ritenevo poco sportivo calare oltre i 250 mt. (ho avuto esperienze di calate oltre i 400 con muli Daiwa 6000 Tournament).

Terminale elicottero, con piombo trilob da 160 grammi e combi link lungo circa 40 cm. con Drig.

 

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Triangolando visivamente fra la mia postazione e la "probabile" direttiva sommersa del fiume Lambro, individuai due spot interessati a circa 5 metri di profondità e distanti circa 150 e 200 metri da riva, e rispettivamente localizzati ad un centinaio di metri l'uno dall'altro.

Lo spot "del ramo sommerso" presentava un grosso tronco d'albero sul fondale a circa 5,5 metri di profondità, probabilmente un rimasuglio portato dal fiume durante le abbondanti piogge autunnali. L'ostacolo rimaneva molto disteso sul fondale ad eccezione di un ramo che si sollevava di almeno 1 metro dal fondale. Era posizionato a circa 30 metri da un rimasuglio di legnaia molto vecchio che svettava solo di mezzo metro dal fondale (compresi fosse una legnaia per la forma molto regolare della struttura riportata dal sonar) e tutto sembrava ricoperto di un lieve strato di melma, a riprova del fatto che erano strutture vecchie di qualche mese. Posizionai quindi il segnalino esattamente sopra il tronco, mentre avrei calato un paio di metri prima della struttura.

Lo spot della "stradina dura" era invece localizzato in mezzo al nulla, e rappresentava la canna più di destra, per capirci verso la punta Pelzer. Passando nel "nulla", su un fondale di 5 metri, con fondale leggermente coperto da 10-15 cm. di melma soffice, rimasi immediatamente incuriosito e preso da un segnale di compattezza molto marcata ed ebbi la prontezza di gettare al volo un segnalino volante, di quelli che si srotolano da soli. Purtroppo, procedendo abbastanza sostenuto,  derivai di molti metri dallo spot, e feci molta fatica a ritrovarlo. In sintesi ripassando nei pressi del segnale mi resi conto che non incontravo quello strato significativo, per fortuna immaginai di aver perso il momento e ritornando indietro di più di 10 metri lo ritrovai! L'ho chiamata "stradina" perchè questo differente fondale, molto compatto e pulito, si sviluppava per diverse decine di metri, con una larghezza non superiore ai 2. Decisi quindi di posizionare 2 segnali, uno di riferimento messo alla fine della stradina, l'altro esattamente al centro dove avrei calato. Quest'ultimo veniva rimosso dopo la calata, in modo da avere precisione chirurgica, senza lasciare elementi di disturbo.

I segnalini permanenti erano rivestiti in materiale altamente rifrangente e potevano essere facilmente individuati da riva semplicemente puntando la torcia. 

Trovai poi un terzo spot tutto a sinistra, in profondità più modesta, di circa 4 metri, dove iniziava il cambio di fondale...sarebbe stata la riserva, pasturata per 3-4 giorni e poi lasciata tranquilla fino alle ultime 3-4 notti come spot alternativo.

 

LA PASTURAZIONE

 

Temperature così estreme hanno bisogno di attenzione e scelta accurata delle esche.

Io avevo già in mente che sarebbe stato controproducente fornire troppe esche libere e mi ero così focalizzato con due palline dal gusto super intenso a base nutty, una ready made ed una self made.

La scelta cadde su l'unica ready made nutty dell'epoca, la Honey nut di Mistral bait mentre la self era una mia caratterizzazione del 50/50 con arachidi, burro d'arachide, miele, aroma scopex e olio ess. nutmeg.

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Praticamente lanciai sui primi 2 spot circa un paio di kg. di boilies miste (self + ready) tagliate ciascuna in due o quattro pezzi, mentre sullo spot di riserva avevo intenzione di gettare circa mezzo kg. di palline self intere ogni giorno, senza pescate per le prime 4 notti.

Non calai nessuna canna, riservandomi di uscire con l'eco sugli spot all'imbrunire per vedere se localizzavo qualche arco di pesce che non avevo mai visto durante la fase di osservazione. Di fatto la sera stessa vidi diversi archi di pesce di piccola taglia sullo spot del ramo sommerso e sulla vecchia legnaia, ed un arco di carpa singolo sulla stradina. Niente sullo spot di riserva.

 

TERZO GIORNO: TRAGEDIA...

 

Dal terzo giorno (Natale, che cadeva di domenica) , per 3 consecutivi, vento forte, neve e nevischio mi impedirono di uscire dalla tenda! Era la famosa tempesta Lothar che colpì l'Europa per qualche giorno proprio a cavallo della festività. La tenda che aveva una temperatura residua più alta, prima si bagno e poi si congelò con un sottile strato di ghiaccio che impediva di aprire la porta e la faceva scricchiolare in modo veramente minaccioso. Per fortuna l'ancoraggio agli alberi ed al fuoristrada, impedì al mio ricovero di subire danni.

 

LA QUIETE DOPO LA TEMPESTA

 

Il tempo cominciò a migliorare da martedì 28 dicembre, consentendomi di ripasturare (come il secondo giorno) gli spot e lanciare due canne armate di piccole popup gialle e uno stringer in PVA da 4 palline. Ovviamente non arrivai a lanciare sugli spot, ma era troppo pericoloso uscire per la calata in barca da solo e volevo comunque stare in pesca da quella notte. Verso la mattinata del 29 catturai una carpa di circa 8-10 kg. sulla canna al lancio e questo mi rincuorò molto sulle aspettative. Il vento ed il disagio ad esso collegato avevano comunque messo in moto il pesce favorendo le mie aspettative per gli spot pasturati.

LA RIVINCITA

 

Il 29 dicembre riuscii finalmente a calare entrambe le canne, senza apportare ulteriore pasturazione libera, calando i terminali armati uno di singola self affondante (sulla stradina) e l'altra con la pop up honey nut commerciale, accompagnate da una compressa di rete di PVA lunga un 20 cm. piena di boilies miste finemente sbriciolate. Primo bingo, ore 23:30 , sulla pop up, carpa regina stimata 15-18 kg. portata a guadino e rilasciata a riva, slamata nel guadino, causa freddo estremo ed impossibilità di gestire in sicurezza la situazione, senza peraltro poter ricalare la canna causa rischio di ipotermia (temperatura esterna -12°C ).

Ovviamente la grande felicità mi permise di guadagnare motivazione e ricalibrai la calata sul ramo mantenendo la strategia della pop up bilanciata neutra in modo da non sprofondare nel piccolo strato di melma individuato, gettando un mezzo kg. di boilies tagliate in 4 pezzi e calando sempre con lo sbriciolato nella retina. La singola affondante sulla stradina non la toccai, lasciandola direttamente in pesca dal giorno prima. Ebbene si, le boilies del 1990 duravano sul rig per ben due notti (e anche di più). Confidavo nel fatto che non vi fossero stati segnali particolari di disturbo per permettere alla pallina di rielaborare la sua attrazione strutturata su gusto, esteri e acidi grassi dello scopex, permettendo ai batteri autoctoni sul fondale di "scomporre" le sostanze solide del mix.

 

LA CARPA DELLA VITA

 

30 dicembre 1999, serata serena e molto fredda, assenza di vento e solitudine assoluta ed assurda. Alle 18 cenai con tonno e fagioli, e poi mi coricai dopo aver letto un libro (stavo leggendo Carp strike back di Rod Hutchinson) sprofondando in un sonno profondo all'interno del sacco scaldato dalla bottiglia di acqua calda. 3-2-1...fuoco! Ore 1:20 partenza rabbiosa, segnalatore a palla e nessun accenno a fermarsi, quindi indossai gli waders, spaccando il ghiaccio per diversi metri da riva, in modo da liberare la barca! E iniziò un combattimento epico e terribile allo stesso tempo, a causa di una dimenticanza che poteva divenire fatale: avevo lasciato i guanti in tenda per la fretta. 20 minuti a spasso per il lago, con temperatura abbondantemente sotto zero, e le mani infilate a turno nella giacca per evitare il congelamento. Avete mai sentito la frizione dei Twin power dell'epoca? Gioiellini giapponesi con un tintinnio metallico molto sensuale, decino ed accattivante. Quando entrò il nodo fra treccia e nylon decisi di dare una stretta decisa, contando sulla meravigliosa elasticità del filo Berkley big game, un polimero che non temeva la morsa del gelo. Frizione chiusa, canna in piena piega ed io messo a cavallo del panchetto centrale, offrendo tutta la murata laterale del battellino per fare massimo attrito sull'acqua...ed ancora tintinnava! Quel meraviglioso pesce prendeva filo, lento, ma con continuità ed ogni "Tinn" del mulo mi suonava dentro usando i miei polmoni gelati come cassa di risonanza...e così per un tempo infinito, privo di pensieri consci, puro e pulito come l'aria gelida che produceva cristalli di ghiaccio sul filo che mi rimbalzavano negli occhi! E dopo questo epico combattimento, finalmente, vidi entrare nel guadino un pesce enorme, rotondo come non ne avevo mai visti!

IPOTERMIA E DOLORE

 

Questa la devo fotografare! Mi dissi risoluto, e quindi decisi di mettere in sacca per le foto in mattinata. Avevo già previsto in anticipo la situazione per dare il massimo in termini di sicurezza, ponendo una boetta fissata ad un grosso masso, in acqua ad una profondità di circa 3 metri, il tutto assicurato con una trentina di metri di sagola all'albero più vicino a riva. Riuscii così a calare la carpa ad una profondità adeguata per il suo benessere. Purtroppo l'operazione mi costò un principio di congelamento ad ambo le mani, che mi tenne sveglio per il dolore fino alle 5 di mattina.

Fortuna volle che in mattinata passasse a trovarmi un ragazzo locale con cui avevo stretto amicizia, riuscendo a fare qualche foto in sicurezza senza dover allestire autoscatti e dover gestire il tutto in autonomia. Erano tempi non digitali e non si sapeva come fossero venute le foto fino al momento della stampa della pellicola. Nel mio caso, riuscii a recuperare 3 foto decenti del pesce da circa una dozzina di diapositive scattate...ma tanto bastò.

 

26,750

 

Uno dei 3 pesci più grandi pescato in Italia nel 1999 (fra quelli ovviamente dichiarati) ma a prescindere del peso (che non ho mai dichiarato per anni per motivi miei personali, poi trasferiti anche in Big Fish dove decidemmo che il peso non andava dichiarato perchè fuorviante) resta un indelebile ricordo di un momento sospeso nel tempo in cui mi sono sentito libero e felice.

 

COLPO DI SCENA

 

31 dicembre 1999, la svolta del secolo! Vissuto come ultimo giorno in pesca, da solo, alla fine di una sessione epica che non poteva che concludersi in modo incredibile! La canna con pop up sul ramo venne levata e ricollocata senza cambiare la pallina (dopo aver controllato che era comunque effettiva ed efficace) per sfruttare la deteriorazione molto attrattiva che subiscono le proteine del latte sul fondo del lago, sullo spot mai sfruttato ma sempre tenuto pasturato con esche tagliate in 4 pezzi. La canna che aveva catturato il target ricalata senza cambiare terminale e neppure esca (terza notte per questa pallina "fortunata") strategia pensata e convincente, che racchiuse il terribile errore di aver controllato solo "sommariamente" la punta dell'amo, un Fox serie 2, numero 2.

E così fu partenza! Dopo i fuochi artificiali  che mi svegliarono a mezzanotte, riuscii a gustarmi praticamente in diretta una partenza potente e furiosa, sullo stesso terminale e stessa esca della cattura precedente!

Combattimento spettacolare, con i guanti e ben attrezzato per non patire le pene date dal freddo, anche in questo caso con un "treno" pinnato inarrestabile che portai fino a guadino, tanto da apprezzarne le dimensioni paragonabili alla sua "sorellina" della sera prima, per poi assistere ad una delle slamate più brucianti della mia carriera da carpista!

Per mia fortuna, un pesce misericordioso decise di abboccare alla pop up posata  sullo spot di riserva, smorzando la batosta che bruciava pesantemente. Una carpa non pesata di circa una quindicina di kg.

 

INTIME CONFESSIONI

 

Scrivere questa storia, recuperare dati salvati nei diari e scavare in fondo ai ricordi, me li ha fatti rivivere e la pelle si è accapponata come a sentire emozione e gelo del momento.

Ero fuori dal mondo, barba e capelli lunghi, senza una doccia dopo essere stato 3 giorni chiuso in tenda senza poter uscire neanche per le funzioni fisiologiche! Un primitivo depurato dalla contaminazione dei tempi moderni, delle responsabilità di figlio unico e di lavoratore integerrimo! Vivere così nella natura, non selvaggia come Cassien, ma certamente desolata dato il clima e la stagione.

Come in un racconto di Thoreau ( walden la vita nei boschi )che aveva ispirato Alexander Supertramp, morto nel '92 alla ricerca di quella libertà che apre il cuore e mette di nuovo in sintonia ogni cellula del corpo!

Into the wild, un grido di libertà divenuto famoso con il romanzo in cui tanti amanti della natura si sono immedesimati.

Ero felice?

Purtroppo no, mi illudevo di esserlo e creavo i presupposti per i miei fallimenti come uomo, sempre provocati da un cuore impavido che non accetta la sofferenza!

 

 

             “La felicità è reale solo se condivisa”

 

Così scriveva Christopher McCandless nel suo diario prima di morire, in solitudine, nei boschi dell'Alaska. E io spero di aver condiviso con voi i ricordi di quella meravigliosa pescata solitaria!

 

 

BUONE FESTE A TUTTI VOI!

VI ASPETTO NELLE DIRETTE LIVE DI INIZIO ANNO!